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martedì 19 aprile 2011

Scream 4. Il ritorno di Ghostface tra risate e spaventi



 Dieci anni sono trascorsi dall’ultimo massacro hollywoodiano di Ghostface sul set di Squartati 3. Sidney Prescott (Neve Campbell) è divenuta autrice di un manuale di auto-aiuto per donne traumatizzate e torna a WoodsboroDavid Arquette), sceriffo della cittadina, e la giornalista Gale Weathers (Courtney Cox), sua moglie, e riallaccia i rapporti con ciò che resta della sua famiglia: la cugina Jill (Emma Roberts) e la zia Kate (Mary McDonnell). Ma il suo ritorno in città coincide con l’inizio di una nuova escalation di sangue e terrore…Scream 4 è nelle sale da venerdì 15. per l’ultima tappa promozionale del suo libro. Qui ritrova gli amici Linus Riley (

Wes Craven (regista) e Kevin Williamson (sceneggiatore) rispolverano l’icona horror più rappresentativa del genere Anni Novanta, imbastendo ancora una volta una girandola di inseguimenti, spaventi ed accoltellamenti che, pur avendo come bersaglio una vittima specifica, colpiscono tutti coloro che le gravitano attorno. Come già nei precedenti episodio della saga slaher divenuta ormai culto, nessuno è al sicuro e tutti sono possibili sospettati.
Film ibrido che è in sé sequel e remake allo stesso tempo, Scream 4 è forse il sequel più teorico e cinefilo tra quelli fin ora realizzati: Craven e Williamson citano e criticano saghe concorrenti (Saw), remake a profusione (Halloween, Le colline hanno gli occhi, L’ultima casa a sinistra) e omaggiano L’alba dei morti dementi e L’occhio che uccide di Michael Powell.

Se nel primo capitolo, al centro della lezione di cinema impartita da Craven troviamo le regole del genere horror, seguite da quelle dei sequel in Scream 2 e quelle relative alle trilogie nel terzo capitolo, in epoca di reboot e remake dilaganti, gli autori rimescolano le carte in tavole giustificando l’escalation di violenza e colpi di scena proprio con le regole alla base di un perfetto remake. Va da sé che personaggi, luoghi e situazioni si ripetano incessantemente in un gioco di scatole cinesi che si rivela folgorante fin dal geniale inizio della pellicola, in un discorso meta-cinematografico iperstratificato. Tutto già visto eppure tutto completamente nuovo, o meglio aggiornato all’epoca del web 2.0 e di una generazione che crede di esistere solo se nella propria vita ha conosciuto una tragedia familiare.

Craven e Williamson azzeccano la sequenza d’apertura e rimandano quella finale rispetto alle tempistiche del loro canovaccio standard, ben collaudato nei precedenti capitoli. Guadagnano in originalità, funzionale per portare alle estreme conseguenze il discorso, non nuovo, sulla pervasività dei media nelle nostre vite, ma forse perdono qualcosa sul versante del ritmo. L’amalgama di tensione e divertimento riesce alla perfezione, sebbene il tasso di ironia sia altamente superiore a quello che caratterizza i due sequel precedenti e forse addirittura il capostipite della serie.

Uno degli elementi di maggior interesse di questo nuovo capitolo è innegabilmente il ritorno sulla scena dei personaggi principali della saga che hanno accompagnato lo spettatore nel corso della prima trilogia. Sidney, Gale e Linus costituiscono la struttura portante della storia e per i fan dei primi tre film (come chi scrive) è sicuramente fondamentale ritrovarli coinvolti nella nuova carneficina. Accanto a loro fa comunque il suo debutto una nuova generazione di ragazzi, introdotta per “acchiappare” una potenziale nuova generazione di fan, a cui prestano il volto giovani attori emergenti come Emma Roberts, Hayden Panettiere, Nico Tortorella e Rory Culkin, oltre ai cammei che hanno reso celebre la saga, vera e propria parata di stelle e stelline prese in prestito dai serial televisivi: Shenae Grimes (90210), Anna Paquin (True Blood) e Kristen Bell (Heroes), solo per citarne alcune. 

 Per ora, il ritorno della serie è stato giustificato. Resta da capire quali potranno essere gli sviluppi se è vero, come si vocifera, che Scream 4 non sia solo un semplice sequel ma l’inizio di una nuova trilogia.

venerdì 21 gennaio 2011

Scream 4. Il terrore è in arrivo...



Per la serie "guilty pleasures"!
Per chi ha amato la trilogia originaleè da non perdere. Per chi non la conosce è un'occasione per scoprirla. A chi fa schifo o se ne fotte, continuasse a farlo ;-)

venerdì 14 gennaio 2011

Kill Me Please. La morte non è mai stata più divertente





Il suicidio assistito è una forma di eutanasia attiva e volontaria in cui al suicida vengono forniti i mezzi e le competenze necessarie a porre termine alla propria vita. Proprio di questo si occupa la clinica gestita dal dottor Kruger, medico all’avanguardia che sostiene la necessità nonché l’utilità sociale del suicidio come atto consapevole svolto sotto la supervisione medica. I suoi pazienti rappresentano un universo variegato e bizzarro di persone con disturbi fisici e/o mentali che desidera farla finita. Quando il mondo esterno, ostile e incoerente, irrompe nell’ambiente ovattato e surreale della clinica, il grottesco e tragico destino degli ospiti si compie... Nelle sale da venerdì 12.

Dopo aver trionfato del tutto inaspettatamente al Festival Internazionale del Film di Roma 2010, dove si è aggiudicato il Marc’Aurelio come Miglior Film, arriva finalmente nelle sale italiane Kill Me Please, secondo lungometraggio del regista, sceneggiatore e produttore francese Olias Barco. Un famoso comico con un cancro incurabile, un commesso viaggiatore che cela sordidi segreti, un ricco erede lussemburghese, una bella ragazza con manie autolesioniste, un vecchio cabarettista berlinese dalla voce rovinata e un uomo che ha perso tutto nel gioco d'azzardo, moglie compresa. Sono questi i protagonisti una commedia nera che tratta il tema della “dolce morte” cavalcando l’onda delle polemiche che l’argomento inevitabilmente suscita, attingendo dalla vita reale (in Svizzera esiste realmente un’associazione per l’eutanasia assistita, la Dignitas) e condendo il tutto con un pizzico di fantasia (o intuizione di ciò che verrà) e, soprattutto, con una dose massiccia di humour grottesco che rende il film deliziosamente e irriverentemente divertente. L’apice della follia si raggiunge alla fine, durante l’assedio da parte dei benpensanti cittadini dell’immaginario paese che ospita la clinica, immaginata come una struttura legalmente riconosciuta dallo stato, dal quale riceve fondi e per questo ha obblighi di prestazioni e regole terapeutiche e amministrative molto severe.
Il regista ha ammesso di essere stato ispirato da La grande abbuffata di Marco Ferreri, film contestatissimo al Festival di Cannes anno 1973, in cui un gruppo di commensali fa sua, con un eccesso di serietà che non può far altro che suscitare le risate dello spettatore, una logica inevitabile ed ossessiva, spingendola oltre i confini: mangiare fino a morire. Ma il richiamo, soprattutto dal punto di vista produttivo, è anche al film Il cameraman e l’assassino, uno dei pochi mockumentary che si spinge fino al punto di decostruire il genere documentario. Non a caso, nel film di Barco ritroviamo un livido bianco e nero e uno stile di regia asciutto ed essenziale tipico del documentario, una narrazione realistica anche nella sua eccessiva stranezza. <
Nonostante gli sforzi per programmare la morte e renderla così meno dolorosa, un destino ineluttabile fa sì che questa giunga a colpire inaspettatamente e indiscriminatamente con violenza inaudita. In definitiva, la morte non ha mai fatto così ridere.

Regia: OLIAS BARCO
Sceneggiatura: OLIAS BARCO, VIRGILE BRAMLY e STÉPHANE MALANDRIN
Cast: AURELIEN RECOING, VIRGILE BRAMLY, VIRGINIE EFIRA, BOULI LANERS
Scenografie: VINCENT TAVIER
Fotografia: FRÉDÉRIC NOIRHOMME
Costumi: ELISE ANCION
Montaggio: EWIN RYCKAERT
Origine: Belgio/Francia 2010
Distribuzione: Archibald Enterprise Film
Durata: 95min.

giovedì 13 gennaio 2011

Un giorno della vita. La favola del cinema rivive nell’estate di un bambino


Un giorno della vita. La favola del cinema rivive nell’estate di un bambino





Basilicata 1964. Salvatore (Matteo Basso) è un bambino di 12 anni con una divorante passione per il cinema che lo spinge a raggiungere ogni giorno in bicicletta, insieme agli amici Alessio (Amedeo Angelone) e Caterina (Francesca D’Amico), il paese vicino per poter assistere alle proiezioni di una saletta di terza visione. La passione di Salvatore è però osteggiata dal padre, contadino comunista che vorrebbe il figlio già coinvolto nelle attività del partito. Un giorno, l’annuncio della vendita di un vecchio proiettore 16 mm fa nascere in Salvatore un’idea che lo condurrà dritto in riformatorio. Nelle sale da venerdì 14.

La storia di Salvatore, finito in riformatorio per volere del padre, è narrata in flashback dallo stesso protagonista al giornalista interpretato da Alessandro Haber. Attraverso il suo racconto viviamo le emozioni e le sensazioni di un’adolescenza ingenua ed appassionata che, in nome dell’amore incondizionato per il cinema (i palpiti d’amore per l’altro sesso infatti cominciano solo timidamente a farsi sentire), provoca l’ira di un padre troppo impegnato nelle proprie rivendicazioni politiche e nelle fatiche dei campi per sfamare la famiglia. Sullo sfondo l’Italia di provincia di metà anni sessanta con i suoi campi di grano, le sue botteghe artigianali e alimentari, le sezioni di partito e la Chiesa, le chiacchiere e le maldicenze tipiche dei piccoli centri abitati. Ed è proprio quando le faccende degli adulti e le beghe politiche del paesino si intrecciano con il sogno di Salvatore che le cose si complicano e tutti scoprono la grave azione commessa in nome di una passione. A chiarire la scelta dell’ambientazione storica sono le parole dello stesso regista Giuseppe Papasso, documentarista e saggista, qui alla sua opera prima. <<Porto dentro di me tante cose degli anni sessanta. Così ho deciso di ambientare il film nel 1964, perché è stato un anno importante per il costume, la società e la politica italiana, zeppo di avvenimenti: la prima congiuntura dopo il miracolo, i forti contrasti nel centrosinistra che creano una delle più delicate crisi della storia della nostra Repubblica, la scomparsa di Togliatti il cui testamento nel memoriale di Yalta ha un significativo impatto nel nostro Paese>> ha dichiarato il regista.
La giovane età dei protagonisti e il tema della magia delle immagini in movimento, che finiscono per conquistare tutta la comunità, anche i più restii, conferiscono ad una storia emozionante l’afflato tipico della favola in grado di conquistare grandi e piccini, nonostante il film sconti qualche lungaggine di troppo e l’inesperienza recitativa dei giovani ed esordienti protagonisti.

Regia e soggetto: Giuseppe Papasso
Sceneggiatura: Giuseppe Papasso, Mimmo Rafele
Cast: Matteo Basso, Pascal Zullino, Daniele Russo, Maria Grazia Cucinotta, Alessandro Haber
Fotografia: Ugo Menegatti
Montaggio: Valentina Romano
Musiche:Paolo Vivaldi
Scenografia: Nunzia Decollanz
Costumi: Sandra Cianci
Origine: Italia
Distribuzione: Iris Film
Durata: 85 minuti

La versione di Barney. La vita straordinaria di un uomo comune




Tratto dall’ultimo romanzo dello scrittore ebreo canadese Mordecai Richler, La versione di Barney è il racconto di una vita straordinaria vissuta da un uomo comune, sempre in bilico tra dramma e commedia. Canada, 1975. Tornato dall’Italia in seguito al suicidio della giovane moglie, Barney Panofsky (Paul Giamatti) comincia a lavorare nelle produzioni televisive e si risposa. Ma proprio al suo ricevimento di nozze, incontra quella che sarà la donna della sua vita, Miriam (Rosamund Pike), che amerà fino alla fine dei suoi giorni. Nelle sale da venerdì 14.

La versione di Barney è un film capace di far ridere ed emozionare lo spettatore in modo del tutto inaspettato. Le tragedie di certo non mancano - i tradimenti e il suicidio della prima moglie, il fallimento del secondo matrimonio, gelosie ed idiosincrasie che portano alla fine del terzo, la misteriosa scomparsa del suo migliore amico Boogie (Scott Speedman) - ma Barney vive la sua vita lasciandosele scivolare addosso, almeno apparentemente, eccetto la fine della storia con Miriam dalla quale non si riprenderà mai. Barney appare burbero e scontroso, indossa una maschera fatta di autoironia e causticità che lo porta ad essere molto diretto con le persone che gli stanno attorno. Ma tutto questo è solo apparenza, una maschera, appunto, destinata a cadere solo quando sarà troppo tardi.
Tutta la sua storia ci viene raccontata da Barney stesso in flashback, in una alternanza di passato e presente in cui Barney vive negli ultimi giorni della sua vita, afflitto da un male incurabile, alla ricerca di quei ricordi che lentamente lo stanno abbandonando. È la sua visione del mondo e delle cose, e non è detto che sia quella che più si avvicini alla verità. Ma è l’unica storia che possiamo conoscere e, alla fine, come la moglie Miriam e come i suoi due figli, non possiamo fare a meno di amarlo, anche con tutti i suoi vizi e difetti, o forse soprattutto per quelli, nei quali non fatichiamo a riconoscerci in qualche modo. Come ci si riconosceva l’autore del libro, Mordecai Richler. La versione di Barney è infatti considerata da molti critici, nonostante le smentite dello stesso autore, come una sorta di autobiografia, con le dovute differenze tra personaggio ed autore. Non a caso il romanzo è considerato il suo libro più riuscito e di maggior successo, che in Italia divenne un vero e proprio caso letterario.
Paul Giamatti interpreta Barney con una straordinaria aderenza, fisica e mentale, al ruolo mentre Rosamund Pike illumina la pellicola nelle vesti graziose e quasi angeliche dell’amore di una vita, Miriam, donna sensibile, intelligente e paziente di cui Barney si innamora al primo sguardo, incantato dalla sua bellezza proprio durante i festeggiamenti del suo secondo matrimonio, che abbandonerà per rincorrerla. Completano il cast una volgarmente divertente Minnie Driver, nel ruolo della seconda moglie; Scott Speedman in quelli dell’affascinante ma sregolato miglior amico la cui misteriosa scomparsa, svelata solo nel finale, rappresenterà un punto di svolta nel processo di maturità di Barney, oltre a procurargli guai con la giustizia; Dustin Hoffman che caratterizza il personaggio del padre, poliziotto ebreo sboccato e irriverente.
Ignorando la fedeltà al libro, non posso che considerare La versione di Barney come un’opera pienamente riuscita in cui dramma e commedia, passato e presente, realtà e ricordi si fondono in una sinfonia di volti e personaggi, lacrime e risate sensazioni e sentimenti, questi sì, difficili da dimenticare.

Titolo originale: Barney’s Version
Regia: Richard J.Lewis
Sceneggiatura: Michael Konyves
Tratto dal romanzo La versione di Barney di Mordecai Richler
Cast: Paul Giamatti, Rosamund Pike, Minnie Driver, Scott Speedman, Dustin Hoffman
Direttore della fotografia: Guy Dufaux
Montaggio: Susan Shipton
Musiche: Pasquale Catalano
Scenografia: Claude Paré
Origine: Canada/Italia 2010
Distribuzione: Medusa
Durata: 2h e 12 min

mercoledì 5 gennaio 2011

Tamara Drewe – Tradimenti all’inglese




Tamara Drewe (Gemma Arterton) è una giovane giornalista, aspirante scrittrice, che torna nel paesino di campagna dove ha trascorso l'infanzia, per occuparsi della casa di famiglia in seguito alla morte della madre. Da brutto anatroccolo si è trasformata in cigno, anche grazie all’aiuto della chirurgia plastica: ha un nuovo naso e un paio di gambe mozzafiato. Il corpicino della giovane, sempre succinto in abiti mini, fa girare la testa all'ex fidanzatino Andy, al famoso romanziere fedifrago Nicholas Hardiment e alla rockstar Ben Sergeant. A muovere le file del teatrino tragicomico è Casey, ragazzina annoiata, resa folle dal fanatismo nei confronti del musicista. Nelle sale da mercoledì 5 gennaio.

Come recita il sottotitolo italiano del film, l’impronta british della pellicola non passa certo inosservata anche allo spettatore meno accorto, fornendo forma e sostanza ad una regia e ad una sceneggiatura che, come di consueto nelle opere di Stephen Frears, tratteggiano con grande realismo la classe media della società inglese, passandola impietosamente sotto la lente d’ingrandimento della macchina da presa.

Dopo Kureishi (My Beautiful Laundrette, Sammy e Rosie vanno a letto), Hornby (Alta Fedeltà) e Colette (Chéri), il sodalizio del regista con i soggetti tratti da opere letterarie si arricchisce dall’incontro con la graphic novel di Posy Simmonds, pubblicata a puntate sul Guardian e liberamente ispirata a “Via dalla pazza folla” di Thomas Hardy. La letteratura, anche quella tradizionalmente considerata “bassa”, si rivela ancora una volta un ottimo soggetto da rileggere e reinterpretare attraverso l’occhio indiscreto della macchina da presa.

Il risultato è decisamente apprezzabile e godibile: una commedia nera dalle sfumature romantiche ricca di humour che fornisce un ritratto satirico dei vizi, molti, e delle virtù, assai poche, del genere umano, imbrigliato in un reticolo di piccole e grandi malignità che caratterizzano l’assurdità del vivere quotidiano.

Titolo originale: Tamara Drewe
Regia: Stephen Frears
Cast: Gemma Arterton, Roger Allam, Bill Camp, Dominic Cooper, Luke Evans
Durata:111 minuti
Distribuzione: Bim

mercoledì 15 dicembre 2010

La banda dei Babbi Natali. Aldo, Giovanni e Giacomo ci riprovano



Il Natale si avvicina e così anche l’invasione di cine-panettoni made in Italy e film natalizi di varia natura. Anche il trio comico più famoso del piccolo e grande schermo italiano ci riprova e, dopo il deludente Il cosmo sul comò, torna al cinema con una commedia ambientata la notte della vigilia di Natale. Ne La banda dei Babbi Natale, Aldo, Giovanni e Giacomo interpretano tre strambi personaggi beccati dalla polizia in “fragranza di reato”, come direbbe il Tenente Benemerita (interpretato da Giovanni Esposito), proprio nell’atto di svaligiare un appartamento, così almeno in apparenza. Durante la lunga notte al commissariato, scopriremo in realtà che le cose non sono sempre come sembrano…Nelle sale da venerdì 17 dicembre.

Cosa ci fanno Aldo, Giovanni e Giacomo vestiti da Babbi Natale la notte della vigilia in giro per Milano? Semplice: svaligiano un appartamento. Si tratta dell’ennesimo colpo della banda che, da un paio di settimane, ha messo in ginocchio la polizia della capitale lombarda compiendo furti impunemente. Ne sono convinti i poliziotti che li hanno arrestati e la pensa così anche l’ispettore di polizia Irene Bestetti (Angela Finocchiaro) che non vede l’ora di sbatterli dietro le sbarre e tornare a casa dai figli e dal marito per preparare i tortellini per la cena di Natale. Purtroppo fin da subito intuiamo che la storia è più complicata di quel che sembra. L’interrogatorio alla centrale si trasforma così in un espediente per far addentrare lo spettatore nella storia e nelle complicate vite dei tre malcapitati, attraverso una serie di flashback e inserti onirici. Vite professionali ad affettive complicate fanno da sfondo a tre esistenze tragi-comiche perfettamente rappresentate dai membri del trio che tornano ad una comicità a loro più congeniale, attingendo a caratteri e personaggi di fantasia ma estremamente verosimili. Come non riconoscersi nel rapporto conflittuale tra Giovanni e i suoceri (Giorgio Colangeli e Mara Maionchi), nelle difficoltà a lasciarsi andare ai sentimenti di Giacomo o ai problemi economici di un Aldo alla costante ricerca di un lavoro stabile? Equivoci e situazioni paradossali si susseguono senza soluzione di continuità, regalando risate e anche qualche momento di romanticismo. Nel complesso, quindi, il film funziona e assolve al suo compito, quello di far divertire senza pensare ai problemi che ci affliggono quotidianamente, regalando una forse troppo abbondante ora e mezza di spensieratezza. Dispiace tuttavia l’insistita e reiterata violenza ingiustificata (semmai ne esista una giustificabile) nei confronti degli animali esibita dal film, in particolare dal personaggio di Giovanni, veterinario di dubbie qualità. Nessun moralismo, per carità, ma il problema principale resta il fatto che questi episodi non suscitano affatto il riso dello spettatore. Altra nota dolente, l’interpretazione di Mara Maionchi, che sembra essere capitata sul set del film per caso.

Regia: Paolo Genovesi
Soggetto e sceneggiatura: Aldo, Giovanni e Giacomo, Valerio Bariletti, Morgan Bertacca, Giordano    
                                          Preda
Cast: Aldo Baglio, Giovanni Storti, Giacomo Poretti, Angela Finocchiaro, Lucia Ocone, Mara
         Maionchi, Antonia Liskova
Direttore della fotografia: Giovanni Fiore Coltellacci
Scenografia: Eleonora Ponzoni
Montaggio: Marco Spoletini
Origine: Italia 2010
Distribuzione: Medusa
Durata: 100 minuti

venerdì 10 dicembre 2010

RCL - Ridotte capacità lavorative. Quando la realtà supera la fantasia



Pomigliano d’Arco. Una troupe guidata dall’attore Paolo Rossi approda nel paese salito agli onori della cronaca nazionale per il referendum interno dei dipendenti Fiat sulle nuove modalità contrattuali vincolate alla missione produttiva. L’industria che dà da mangiare a più di 5000 persone in questo piccolo paese del Mezzogiorno rischia di chiudere i battenti e trasferirsi. Il precedente è una trattativa lacerante che vuole il lavoro vincolato alla soppressione dei diritti conquistati dagli operai nel corso della storia sindacale italiana. Paolo Rossi e i suoi collaboratori si aggirano per il paese intenzionati a girare dei sopralluoghi per un film sulla classe operaia. La prima cosa da capire consiste nella scelta del genere più adatto a raccontare questa storia…Nelle sale da venerdì 10 dicembre.

RCL – Ridotte capacità lavorative nasce da un’idea del giornalista e autore napoletano Alessandro Di Rienzo. Diretto da Massimiliano Carboni, il film racconta la strampalata impresa di una troupe ridotta ai minimi termini, impegnata nella realizzazione di un film sulle vicende della Fiat a Pomigliano d’Arco. <<L’idea che sta alla base di questo lavoro è raccontare le storie e le riflessioni delle persone al di là del linguaggio angusto della semplice inchiesta giornalistica>> ha affermato il regista. <<Grande importanza è stata data alle immagini del paesaggio e delle strade di Pomigliano. Le scene improvvisate dai protagonisti sono riprese esclusivamente in piano sequenza. Inquadrature pulite: lo sguardo della regia è al servizio dello spettatore e non protagonista>>.
Al di là dei luoghi comuni e del linguaggio giornalistico che nei mesi precedenti hanno accompagnato l’argomento, Paolo Rossi  si reca sul “luogo del delitto” per cercare di capire cosa stia veramente succedendo in una terra dilaniata dalla camorra, in cui lavoratori onesti conducono una battaglia estenuante per la difesa di diritti acquisiti anch’essi in seguito a lunghe e ininterrotte battaglie sindacali. Le scoperte della troupe sono molte, a partire da una stazione moderna e funzionale, a dispetto di ciò che in realtà ci si potrebbe aspettare da un piccolo paese del Mezzogiorno. O ancora che in quella che era conosciuta come la Stalingrado del Sud, il sindaco, che Rossi intervista, oggi è di destra.
Nel corso delle riprese e degli incontri (il parroco del paese Don Peppino Gambardella, il sindacalista Andrea Amendola, un gruppo di operai a cena), si fa sempre più pressante la strampalata idea di realizzare un film di fantascienza, con Shakira e Nino D’Angelo nei panni di Carl Marx come protagonisti, che racconti la liberazione della classe operaia di tutto il paese. Le idee di Rossi non incontrano però il favore della produzione. Il film non s’ha da fare. Frustrato dall’impossibilità di riuscire a comunicare e a rappresentare che cosa significhi oggi il lavoro alla catena di montaggio, Rossi si rivolge a Charlie Chaplin, colui che con Tempi Moderni è riuscito meglio di altri a raccontare l’alienazione della catena di montaggio, nel poetico e bellissimo voto finale accompagnato dal volo liberatorio delle mongolfiere verso il cielo.   

A metà strada tra inchiesta giornalistica, alla Report ed Annozero per intenderci, reality movie e film backstage, RCL è attraversato in lungo e in largo dalla comicità surreale di Paolo Rossi che tratteggia l’affresco di un paese (Pomigliano ma anche l’Italia) in cui la (triste) realtà sembra aver superato la fantasia.

Regia: Massimiliano Carboni
Sceneggiatura: Alessandro Di Rienzo, Paolo Rossi e Massimiliano Carboni
Cast: Paolo Rossi, Emanuele Dell’Aquila, Alessandro Di Rienzo, Davide Rossi, Daniele Maraniello
Montaggio: Sara Pazienti
Scenografia: Filippo Marranci e Barbara Carboni
Origine: Italia 2010
Distribuzione: Iris Film
Durata: 72 minuti

mercoledì 8 dicembre 2010

I due presidenti




I due presidenti è la vera storia del “rapporto speciale” (The Special Relationship è il titolo originale del film) intercorso tra il Presidente degli Stati Uniti d’America Bill Clinton, interpretato da Dennis Quaid, e il Primo Ministro Britannico Tony Blair (ne veste i panni ancora una volta l’attore inglese Michael Sheen). Il film prende le mosse dalla visita a Washington di Blair nel 1992. Non ancora primo ministro, Blair si incontra con gli esperti di comunicazione di Clinton al fine di carpirne le ragioni del successo e poterle adattare all’immagine del Partito Laburista che rappresenta. L’incontro vero e proprio con il presidente avverrà solo quattro anni più tardi e segnerà la nascita di un sodalizio politico e personale. Nelle sale da venerdì 10 dicembre.

Diretto da Richard Loncraine e sceneggiato da Peter Morgan, che completa la sua trilogia su Tony Blair dopo The Deal e The Queen, sempre interpretati da Sheen, I due presidenti affronta un tema politico conducendo lo spettatore dietro le quinte delle conferenze stampa ufficiali e della vita pubblica dei due protagonisti, rivelando le affinità elettive tra Clinton e Blair non soltanto in ambito politico ma anche dal punto di vista dell’amicizia personale che legherà le loro famiglie, al di là delle differenti dinamiche interne e di coppia. Non solo i due uomini di potere, con le loro ambizioni, aspirazioni e debolezze, dunque, ma anche le loro mogli rientrano nel quadro tratteggiato per noi da Loncraine e Morgan, che hanno cercato di mantenersi il più aderenti possibili alla realtà storica della relazione. <<Quando racconti la storia di persone che sono ancora tra noi, devi essere certo di non rendergli un cattivo servizio>> ha osservato il regista. <<Abbiamo lavorato molto per verificare l’accuratezza dei dialoghi e degli eventi del film. Credo che i cineasti abbiano delle grandi responsabilità verso i soggetti che portano sullo schermo>>.

La prima parte del film, impegnata a presentare le caratteristiche private e pubbliche dei due protagonisti, è decisamente quella più ironica e divertente, capace di presentare eventi e fatti reali anche di una certa gravità, vedi la questione del terrorismo in Irlanda, senza tradire l’impianto di fondo tipico della commedia drammatica. Assistiamo così al primo incontro tra Clinton e Blair e agli eventi che contribuiscono al consolidamento della loro amicizia: l’impegno di Clinton nei confronti del riavvio dei negoziati di pace tra l’IRA e il governo britannico e l’appoggio al presidente americano da parte di Blair durante lo scandalo Lewinsky, il così detto “Sexgate”.
Il registro cambia nella seconda parte del film, incentrata sull’acuirsi della violenza in Kosovo da parte del presidente serbo Slobodan Milosevic. Tony Blair è il più fervente sostenitore di un attacco Nato alla Serbia ed entra in conflitto con Clinton in merito alla strategia militare da attuare, ed in particolare sulla decisione di inviare truppe di terra a sostegno del bombardamento aereo, l’unico intervento militare che gli Stati Uniti sono disposti ad intraprendere nei Balcani. L’intraprendenza di Blair e la sua ostinazione spingono gli Stati Uniti a ridefinire la loro strategia militare, decretando l’affermazione a livello internazionale del leader inglese. Il film termina con i consigli che Clinton elargisce a Blair su come affrontare le relazioni con la nuova amministrazione degli USA dopo l’elezione a nuovo presidente degli Stati Uniti di George W. Bush nel 2000.   

mercoledì 1 dicembre 2010

We Want Sex. La rivoluzione femminile “made in England”



 Donne sull’orlo di una rivoluzione. Siamo a Dagenham, nella contea di Essex, Inghilterra orientale, nel 1968. Nella fabbrica della Ford lavorano 187 donne, addette alla cucitura dei sedili per auto. Lavorano in un’ala fatiscente dell’edificio e la loro retribuzione, va da sé, è inferiore a quella dei loro mariti, molti dei quali lavorano nella stessa fabbrica. In seguito ad una ridefinizione professionale ingiusta ed umiliante che le declassa come operaie non qualificate, le lavoratrici, sostenute dalla portavoce Rita O’ Grady (Sally Hawkins), indicono uno sciopero per la rivendicazione dei loro diritti. Questo porterà alla paralisi della produzione industriale e alla prima legge sulla parità retributiva tra uomo e donna. Una storia vera, nelle sale da venerdì 3 dicembre.

Passato recentemente al Festival Internazionale del Film di Roma, dove è stato applaudito da pubblico e critica, We Want Sex è il nuovo film di Nigel Cole, autore britannico molto sensibile ai temi sociali virati al femminile e ispirati a storie vere come L’erba di Grace e Calendar Girls. In We Want Sex, Cole affronta un tema impegnato politicamente raccontando un episodio relativamente recente della storia dei diritti dei lavoratori, ignota ai più. La vera storia delle operaie Ford, le cui rivendicazioni rappresentano una tappa fondamentale nel raggiungimento di un trattamento lavorativo egualitario tra lavoratori maschi e lavoratrici femmine nel mondo del lavoro britannico ma non solo, è raccontata con garbo e leggerezza in una commedia brillante che, per forza di cose, inevitabilmente semplifica una materia narrativa che intuiamo essere ben più complessa, come solo la realtà sa essere. Ne è un esempio la figura di Rita O’ Grady, personaggio di fantasia ideato per permettere l’identificazione del pubblico con una protagonista assoluta che, nella propria storia, racchiude tutte le condizioni dell’operaia britannica media sul finire degli anni Sessanta. E gran parte del successo del film è dovuto proprio al cast femminile della pellicola in cui spiccano i personaggi e le interpretazioni di Sally Hawkins e Miranda Richardson.

Il film è ambientato nel 1968 ma guarda al presente perché i diritti dei lavoratori, siano essi operai o impiegati, sono ancora lontani dall’essere riconosciuti e, soprattutto, rispettati in qualunque parte del mondo si viva. Lo spettatore italiano, in particolare, non può non pensare ai recenti casi verificatisi nel nostro paese e, in generale, alle condizioni lavorative che il paese sta vivendo come minimo da un paio d’anni a questa parte. Proprio per questo il film di Cole può essere definito una commedia “militante” capace di colpire il bersaglio e rappresentare un tentativo intelligente, sicuramente riuscito, di risvegliare le coscienze e far capire come sia necessario non abbassare mai la guardia e, soprattutto, continuare a lottare per l’affermazione dei propri diritti. Oggi più che mai.   

Titolo originale: Made In Dagenham
Regia: Nigel Cole
Cast: Sally Hawkins, Bob Hoskins, Miranda Richardson, Rosamund Pike, Geraldine James
Origine: Gran Bretagna 2010
Distribuzione: Lucky Red
Durata: 113 min.

martedì 30 novembre 2010

L’ultimo esorcismo. L'horror tra L’esorcista e Blair Witch Project


Esce nelle sale venerdì 3 dicembre, L’ultimo esorcismo, mockumentary (ovvero film di finzione ma girato come fosse un documentario, e quindi vero) horror diretto da Daniel Stamm. L’idea alla base del film è quella della realizzazione di un documentario, da parte di una troupe ridotta all’osso (cameraman e tecnico del suono), sul Reverendo Cotton Marcus, carismatico predicatore che compie falsi esorcismi su fanatici religiosi spesso affetti da disturbi psicologici piuttosto che posseduti da demoni dell’inferno. Pentito per le truffe che da anni mette in piedi, il reverendo decide di rispondere ad un’ultima chiamata e si reca in Louisiana, nella fattoria di Louis Sweetzer, allevatore alcolizzato, convinto che la figlia sia posseduta dal demonio.

Dalla produzione del film apprendiamo che il rito dell’esorcismo è una pratica più che mai utilizzata nel nuovo millennio, tanto che più del 40% degli americani ha affermato di credere nella possessione del Demonio. A Roma, sono in molti a frequentare l’Università Pontifica Regina Apostolorum, l’Università Cattolica sostenuta dal Vaticano che offre corsi di esorcismi per preti. Il film di Stamm attinge a questo universo, popolato da fanatismi religiosi spesso accompagnati dal verificarsi di malattie mentali, partendo da un punto di vista scettico. Il protagonista del film è infatti un pastore piuttosto spregiudicato che per anni ha praticato falsi esorcismi con l’aiuto di trucchi scenici vari, cavalcando l’onda della credulità popolare. Deciso a porre fine a questa sua attività mostrando ad una troupe cinematografica la realtà celata dietro questa pratica che, pur essendo nella maggior parte dei casi innocua, può portare anche alla morte dell’esorcizzato in seguito ad esorcismi molto violenti, il reverendo si trova per la prima volta nella sua vita ad avere a che fare con forze oscure che fanno vacillare le sue convinzioni.

Inevitabilmente quando si vede un film sulla pratica dell’esorcismo, il pensiero va a L’esorcista, il film di William Friedkin del 1973, e il confronto è quasi sempre impari data l’aurea di film cult che da sempre circonda la pellicola. Nel caso specifico poi, la scelta di girare un mockumentary non può non scomodare altri illustri esempi del genere come ad esempio Blair Witch Project, fosse solo per  le tematiche affrontate e lo stile delle riprese, anche se poi la filosofia di fondo dei due film differisce notevolmente. Nel primo caso abbiamo assistito ad un vero e proprio fenomeno caratterizzato da una strategia pianificata di guerriglia marketing finalizzata a far credere alla veridicità della storia: il materiale filmato da tre giovani scomparsi nel nulla era stato ritrovato e montato. Anche nel caso de L'ultimo esorcismo possiamo parlare di found footage sebbene qui il genere mockyumentary venga scomodato solo per dare forma al film e non sostanza.

Inevitabilmente, quindi, tutto sa di già visto, clichè dopo clichè. Eppure la storia non è poi così scontata e regala qualche imprevisto cambio di rotta a sorpresa, reggendo miracolosamente almeno fino alla fine, momento in cui gli sceneggiatori si sono evidentemente fatti prendere la mano sprecando il potenziale narrativo e visivo evocato fino a quel momento, buttando via in maniera frettolosa una storia costruita minuziosamente per la maggior parte del tempo.

In ultima analisi, il film si dimostra un’occasione sprecata, comunque più efficace come storia drammatica che non orrorifica.

Regia: Daniel Stamm
Sceneggiatura: Huck Botko & Andrew Gurland
Cast: Patrick Fabian, Ashley Bell, Iris Bahr, Louis Herthum, Caleb Landry Jones, Tony Bentley
Direttore della fotografia: Zoltan Honti
Scenografie: Andrew Bofinger
Montaggio: Shilpa Kanna
Origine: USA/Francia 2010
Distribuzione: Eagle Pictures
Durata: 87 min.

Omaggio a Mario Monicelli, maestro del cinema italiano



E' scomparso Mario Monicelli, regista e sceneggiatore del cinema italiano, un maestro senza se e senza ma. 95 anni, malato di tumore, Monicelli si è suicidato gettandosi dal balcone del quinto piano dell'Ospedale San Giovanni di Roma in cui era ricoverato. Io non posso nemmeno immaginare la sofferenza che possa spingere qualcuno a togliersi la vita. Per questo rispetto la decisione di Monicelli e di tutti coloro che piegati nella mente e nel corpo da atroci sofferenze scelgono di lasciare la loro vita, che è solo la loro. 
Per rendere omaggio al maestro ho scelto una scena tratta dal film Amici Miei .

lunedì 29 novembre 2010

Nelle sale da venerdì 3 dicembre. Le uscite cinematografiche della settimana

Ben 9 le nuove uscite cinematografiche del prossimo weekend. Diamo uno sguardo ai film che troveremo nelle sale a partire da venerdì 3 dicembre

In pole-position troviamo l’horror L’ultimo esorcismo, mockumentary sull’attività del Reverendo Cotton. Domani, martedì 30 novembre, troverete sul blog la recensione in esclusiva.




Decisamente più leggero il film d’animazione Mià e il Migù, co-produzione italo-francese a sfondo ecologista.









Torna al cinema Woody Allen e lo fa con una commedia sentimentale in cui l’autore si limita a dirigere un cast nutrito all’interno del quale spiccano Naomi Watts, Anthony Hopkins ed Antonio Banderas. Il titolo del film è Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni, banalizzazione del ben più evocativo titolo originale You Will Meet a Tall Dark Stranger. Appuntamento imperdibile per tutti gli estimatori dell’autore newyorchese.

Commedia, ancora a sfondo sentimentale, per Katherine Heigl e Josh Duhamel, impegnati in una difficile convivenza in Tre all’improvviso.





Gli amanti dell’extreme non potranno perdersi Jackass 3D, terzo lungometraggio della serie Jackass, basato sull'omonimo show apparso tra il 2000 e il 2002 su MTV. La banda di spericolati stuntmen riproporrà in tre dimensioni nuovi e ridicoli stunt, oltre che pesantissimi e incredibili scherzi.

Atmosfere natalizie, e la cosa non guasta dato il periodo, per il nuovo film di Bent Hamer, Tornando a casa per Natale, moderna favola in cui le vite di un gruppo di persone di una piccola cittadina svedese si intrecciano con conseguenze imprevedibili per le loro vite. Non perdere in esclusiva il video-servizio sul film, on-line da venerdì 3 dicembre su questo blog.




Direttamente dal Festival Internazionale del Film di Roma, We Want Sex, commedia diretta da Nigel Cole e con un cast al femminile strepitoso capitanato da Miranda Richardson. Il film, la storia della prima grande rivendicazione del mondo operaio femminile che porterà alla legge sulla parità di retribuzione, ha ottenuto grande successo di pubblico e di critica al recente festival romano. Siamo nel 1968, ma il riferimento diretto è quanto mai all’oggi. La recensione in esclusiva su questo blog mercoledì 1 dicembre.

Escono anche il documentario biografico Nowhere Boy, dedicato alla giovinezza della rock-star più venerata al mondo, John Lennon, e il drammatico e attualissimo Il responsabile delle risorse umane di Eran Riklis.

Insomma al cinema da venerdì 3 dicembre sembra esserci davvero un film per tutti i gusti. Come al solito non mi resta che augurarvi: Buona visione!

giovedì 25 novembre 2010

Le uscite della settimana – Venerdì 26 Novembre

 
 Sei le nuove uscite al cinema questa settimana. Il genere drammatico predomina con due significative eccezioni: il film d’animazione targato Disney Rapunzel – L’intreccio della torre e il primo cine-panettone ad arrivare sugli schermi A Natale mi sposo con Massimo Boldi, anche regista,Vincenzo Salemme, Nancy Brilli, Massimo Ceccherini ed Enzo Salvi. Il film è distribuito da Medusa.







 
  
Distribuito da Fandango, esce nelle sale Precious di Lee Daniels con Mo'Nique, Paula Patton, Sherri Shepherd e le star della musica Lenny Kravitz e Mariah Carey. Presentato a Cannes nella sezione Un Certain Regard e vincitore al Sundance del Premio del Pubblico e del Gran Premio della Giuria, il fim racconta la drammatica storia di Precious Jones, diciassettenne con un corpo obeso e un figlio nel ventre (il secondo, ed entrambi sono frutto di incesto). A scuola viene derisa dai compagni anche perché non ha ancora imparato a leggere e scrivere. A casa la madre non solo non la difende dalle violenze del padre ma la accusa di averglielo rubato. Precious però, solo apparentemente ottusa, tiene duro. Accetta l'offerta di iscriversi a una scuola con un programma speciale e lì, finalmente, comincia ad apprendere come leggere e scrivere. Decide anche di tenere il bambino ma la strada verso l'autodeterminazione non è delle più facili.

Distribuito dalla Bim, nelle sale anche The Killer Inside Me di Michael Winterbottom con Casey Affleck, Kate Hudson, Jessica Alba, Ned Beatty, Elias Koteas. Un thriller dalle forti tinte noir di cui potete vedere il servizio realizzato da me su questo blog cliccando sull’archivio a lato.
Non solo cine-panettone di produzione italiana ma anche La donna della mia vita di Luca Lucini. Con Luca Argentero, Alessandro Gassman, Stefania Sandrelli e Valentina Lodovini. È la storia di due fratelli Leonardo e Giorgio molto diversi tra loro. Tanto il primo è affidabile e sensibile, quanto il secondo è incostante e donnaiolo. A tenerli uniti e proteggerli ci pensa Alba, una madre chioccia con la tendenza a controllare tutto, marito e figli inclusi. E ci riesce, almeno fino al giorno in cui Giorgio scopre che la nuova fidanzata del fratello non è altri che Sara, con cui ha avuto una delle sue turbolenti relazioni extraconiugali. Distribuito da Universal Pictures.

Last but not least, Il mio nome è Khan di Karan Johar, con Shah Rukh Khan, Kajol, Katie A. Keane, Kenton Duty, Benny Nieves. Rizvan Khan soffre sin dalla nascita di una particolare forma di autismo, la Sindrome di Asperger che gli consente di comunicare meglio in forma scritta che orale e che gli impedisce di intuire le reazioni altrui. Cresciuto con la madre e un fratello geloso delle attenzioni che gli venivano dedicate ha sviluppato una particolare abilità nel riparare guasti meccanici. Dopo la morte della genitrice il fratello, emigrato e in carriera da tempo, gli trova un lavoro come rappresentante di prodotti cosmetici negli Stati Uniti. Qui Khan conosce Mandira Rathore, madre single di un ragazzino a cui l'uomo si affeziona e che prenderà il suo cognome. Proprio dal cognome musulmano inizieranno i problemi per il ragazzino dopo l'11 settembre 2001. La tragedia è in agguato. Distribuito da 20th Century Fox.



A tutti quanti, buona visione!

lunedì 22 novembre 2010

Visto al V° Festival Internazionale del Film di Roma & Ancora nei cinema: Una vita tranquilla



Applauditissimo all’ultimo Festival Internazionale del Film di Roma, alla cui prima ha assistito anche il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, Una vita tranquilla racconta la storia di Rosario Russo (Toni Servillo), un napoletano cinquantenne che vive in Germania da 15 anni come cuoco nel proprio ristorante. Accanto a lui ha la sua famiglia: la moglie tedesca Renate (Juliane Köhler) e il figlio Mathias (Leonardo Sprengler). Tutto scorre tranquillo fino a che il suo celato passato si ripropone nelle fattezze di due giovani napoletani Edoardo (Francesco Di Leva) e Diego (Marco D'Amore), due malavitosi, recatisi in Germania per un regolamento di conti. Diego è il figlio di Rosario, abbandonato insieme alla madre 15 anni prima a causa di contrasti con il clan mafioso di cui Rosario faceva parte e che torna per rivedere il padre. Ma Edoardo riconosce Rosario e rischia di mettere a rischio la "vita tranquilla" dell'uomo…

Una vita tranquilla rappresenta per il regista Claudio Cupellini un bel salto di qualità rispetto al precedente Lezioni di cioccolato, commedia sciatta e banale scritta male e recitata peggio. Qui, almeno sul versante interpretazione, Cupellini va sul sicuro, potendo contare sulla prova di Toni Servillo, uno dei migliori attori viventi in circolazione nel panorama del cinema italiano che, nona  caso, si è aggiudicato il premio come miglior attore al Festival Internazionale del Film di Roma. La trama è tosta e rappresenta un vero e proprio pugno nello stomaco degli spettatori. Lo stile essenziale e asciutto della narrazione è funzionale ad una storia di delitto e castigo, discesa agli inferi e redenzione in cui le colpe dei padri ricadono sui figli e in cui il passato non può essere cancellato con un colpo di spugna.